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Foto di Repertorio Queste foto sono state scattate da mio padre a Porto Sudan nel 1968 |
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da Nautica - Febbraio 1968
REGOLAMENTO DI CONTI A PORTO SUDAN
A SQUALI CON LE COFFE
Testo di ENZO SARRA
Foto di LUCIO COCCIA
L’idea di andare a gettare le coffe in Africa, aveva sempre solleticato
la mia fantasia. Non solo per la possibilità di effettuare catture
differenti da quelle che normalmente si effettuano sulle nostre coste,
ma anche per il piacere di ferrare qualche grosso bestione, dal nome
‘pescecane”, le cui mascelle stritolano tutto quello che capita alla
loro portata. E quale destinazione migliore se non il Mar Rosso, e
precisamente a Porto Sudan? Mi hanno accompagnato nel viaggio, oltre a
mio figlio Giancarlo altro appassionatissimo pescatore con gli ami, un
gruppetto scatenato di subacquei, desiderosi anch’essi di vedere qualche
pesce in più, rispetto a quelli che s’incontrano sulle nostre coste.
Partii da Roma con svariate lenze da trama, più due coffe da me
preparate, per complessivi 70 ami; perché, è bene dIrlo subito, bisogna
portarsi tutto da casa, altrimenti laggiù si rischia di rimanere con le
mani in mano tutto il giorno. I pescatori sudanesi infatti non conoscono
tale genere di pesca e di attrezzature, poiché sono soliti praticare
quella al bolentino oppure la traina e la misura massima di nylon che
conoscono è quella da 1,30-1,50 mm. Poiché non tutti sanno come sono
fatte le coffe, quali ami e quali accorgimenti vanno usati per una
pratica utilizzazione delle medesime, penso sia utile darne una sommaria
descrizione. Una “coffa” è costituita da un filo di nylon intrecciato,
lungo 1000 metri e della sezione di 1,5 cm. detto “trave”; su questo
“trave”, alla distanza di 30 metri l’uno dall’altro, sono legati dei
pezzi di nylon chiamati “braccioli”, della lunghezza di 7 metri e dello
spessore di 1 cm. Attaccato al “bracciolo”, mediante un morsetto ed un
“girello” molto grosso, c’è un cavetto di acciaio da 5 mm e della
lunghezza di 4-5 metri, al cui termine viene fissato mediante un
morsetto a vite, l’amo che servirà alla cattura dello squalo. Tali ami
potranno essere di due misure, e cioè alcuni da 10-12 cm, altri da 15-18
cm. I capi del “trave”, saranno ancorati sul fondo, mediante due pezzi
di nylon a cui saranno legate due grosse pietre se il fondo è roccioso,
oppure con due ancore se saremo su un fondale sabbioso. Inoltre i 2
terminali del trave, saranno segnalati in superficie mediante due
sugheri, oppure con due palloni molto grossi. Il fondale ideale sul
quale gettare le coffe è quello che va dal 30 ai 40 metri di profondità,
e bisognerà calarle seguendo con la barca un cammino a zig-zag.
Esaminiamo ora un problema importantissimo: e cioè quello dell’esca;
essa dovrà essere costituita da pesce freschissimo, ed in special modo
da pezzi di: cernia, manta, palamiti, tonni e da pesce bianco in genere.
Ogni boccone dovrà essere sui 2-3 kg. di peso, e per sezionare le prede
vi sarà utile un bel coltello dalla grossa lama seghettata, per poter
penetrare facilmente attraverso la fitta barriera delle squame. Il
fabbisogno medio giornaliero sarà attorno ai 50 kg. di pesce per coffa,
che ci si potrà facilmente procurare sia con la pesca a traina sia con
la pesca subacquea. E nessun timore poiché i “reef” corallini sono
sempre più che generosi. Nella speranza di essere stato sufficientemente
chiaro, riprendiamo il racconto. Arrivato a Porto Sudan feci il mio
primo giro di ispezione, per vedere i possibili luoghi di pesca, quali
barche si potevano affittare, e quale fosse l’eventuale pescatore
disposto ad accompagnarmi. Dopo lunga ricerca trovai Mohamed, un
pescatore indicatomi come il più bravo della zona, proprietario inoltre
di una stretta imbarcazione, costruita a mo’ di canoa e della lunghezza
di 6/7 metri. Lo stesso Mohamed mi assicurò che il posto più favorevole
per la pesca ai pescicani, era proprio dentro il porto, poiché gli
arrivi di grosse navi favorivano l’entrata di un gran numero ditali
predoni.
Naturalmente però per pescare nel porto ci voleva il permesso della
locale Capitaneria di Porto; riuscimmo ad ottenerlo grazie
all’intervento dl alcune autorità locali che si interessarono a noi,
anche se ce lo concessero un po’ controvoglia. Ci dissero che l’anno
precedente già 10 pescatori erano morti dilaniati dagli squali: la loro
imbarcazione era stata rovesciata dalla grossa mole di questi, ed una
volta finiti in mare non c’era stato più nulla da fare. Assicurai le
varie persone e promisi che avrei usato la massima attenzione, affinché
un fatto del genere non si ripetesse, anche perché, feci presente, alla
pelle ci tenevo partico1armente. La sera stessa dunque calammo le coffe,
e la mattina seguente di buona ora andai con Mohamed e due suoi
aiutanti, a vedere cosa era successo durante la notte. Dalla posizione
dei palloni capii subito che c’era stato qualche movimento, ed
insediatomi a prua (tale posizione è molto importante per tutto
l’equilibrio della barca), cominciai a tirare lentamente il filo di
nylon, e dopo alcuni metri vidi già i primi ‘hraccioli” intrecciati
l’uno con l’altro: era il segno che qualche grosso bestione aveva
abboccato, e poi s’era, per così dire, “agitato”. Continuai a tirar su
il “trave”, sempre facendo attenzione a star bene in equilibrio sulla
prua ed a non aver sagole ed ami tra i piedi, in maniera che una
improvvisa tirata non sbilanciasse la barca, e non trovasse le mie gambe
pronte ad essere impigliate nel nylon, con le relative conseguenze.
Ad un certo punto sentii il filo che entrava in tensione, feci segno ai
pescatori che qualcosa di molto grosso doveva esserci appeso; tirai e...
dall’altro lato sentii un piccolo strattone; mi feci più sotto e
facendomi aiutare cominciammo a tirar su una massa fusiforme
grigio-scura lunghissima.., era uno squalo! Lo vidi muovere lentamente
la coda, era sfinito per la lunga lotta col nylon, ma possedeva ancora
la forza per muovere tutta la sua mole gigantesca. Feci segno a Roberto
Bruzzesi di preparare il suo fucile subacqueo, a cui aveva applicato la
“Lupara” con cartucce a pallettoni, e di stare pronto ad intervenire. Ad
un certo punto il grosso squalo emerse… era un “pinna bianca”!!! Feci
segno a Roberto ed egli scoccò la sua freccia micidiale centrandolo
sulla testa con estrema precisione. Lo squalo restò per un attimo
immobile, poi cieco dalla rabbia e dal dolore s’immerse di nuovo,
strappò la sagola dalle mie mani facendomi quasi cadere in acqua, e poi
compì una specie di cabrata uscendo dall’acqua con un salto di due
metri, per stramazzare finito sulla superficie del mare. Come prima
emozione non c’era male, lo squalo “pinna bianca” misurava più di tre
metri ed era la mia prima preda africana; ne ero fiero ed altrettanto lo
erano i pescatori che mi accompagnavano. Quando rientrammo si radunò
sulla banchina una tale folla da far pensare a una dimostrazione di
massa; i sudanesi indicavano il terribile nemico, ed andavano a
constatare l’ampiezza delle sue fauci e la grandezza dei suoi denti.
Se tanto stupore suscitò la nostra pescata nella folla, altrettanto
timore provocò nella Capitaneria di Porto, la quale, adducendo vari
motivi di sicurezza, ci tolse il permesso di pescare. L’idea di
abbandonare così presto un tale terreno di caccia, mi spronò a non
mollare, e grazie all’influenza delle solite persone importanti di Porto
Sudan, riuscii dopo quattro giorni di sosta forzata a riottenere il
permesso di pescare nel porto. Ma ad alcune condizioni; e cioè: 1) non
avrei dovuto adoperare durante la fase di recupero nessuno dei pescatori
sudanesi; 2) nessuno si sarebbe dovuto calare in acqua, per facilitare
il recupero dello eventuale squalo catturato; 3) poiché il porto era
zona militare non dovevamo fotografare da nessuna parte; 4) non potevamo
sparare dalla barca. Mentre sulle prime tre condizioni non ebbi nulla da
eccepire, sulla quarta feci presente, che era assolutamente necessario
poter sparare per finire i pescicani; promettemmo che vi avremmo fatto
ricorso solo in caso di bisogno. Il giorno seguente, forte della
precedente esperienza, mi presentai all’appuntamento con le mie coffe ma
con una grossa barca appoggio, poiché tirar su pescicani di 4-5 metri
dal bordo di una canoa, non era la più raccomandabile delle operazioni.
Iniziai a salpare le coffe e sulla prima non trovammo nulla, passando
alla seconda le cose cambiarono; già all’altezza del secondo bracciolo
sentivo dei grossi strattoni. Pensai alla solita resistenza dello squalo
a venire in superficie, anche se mi sembrava molto strano poiché in
generale gli squali, fino a che non sono giunti a mezzo metro dal pelo
dell’acqua, si lasciano trascinare docilmente. Continuai a tirare e gli
strappi aumentarono; quando finalmente il lungo corpo grigio assommò lo
vedemmo orribilmente mutilato in tutto il corpo con grosse parti che vi
erano state tranciate di netto. Evidentemente il “pinna bianca” era
stato pochi attimi prima l’oggetto di un grosso banchetto da parte dl
qualche famelico gruppo di consanguinei. Liberato e imbarcato il
martoriato squalo, proseguimmo nella nostra operazione e quando fummo
all’altezza del quarto bracciolo, avvertii una trazione enorme. Piano
piano riuscimmo ad intravedere la sagoma gigantesca di un pescecane
lungo quanto la barca o quasi; doveva essere rimasto ferrato all’amo da
poco tempo e si agitava violentemente. Assicurai subito il “trave” alla
bitta di prua. ed aspetti un po’. Ad un certo momento ci fu uno scossone
enorme, ci afferrammo tutti ai bordo della barca convinti di cominciare
un carosello infernale, invece non ci fu più nulla: lo squalo aveva
spezzato il filo di nylon del bracciolo, filando poi via di gran
carriera. Peccato, forse avevamo perso il campione locale dei pesi
massimi; non per questo rinunciammo a tirar su il rimanente tratto di
coffa, e fu così che alla fine del 7° bracciolo il tiro si fece di nuovo
pesante. Chiamai Giancarlo ad aiutarmi e con lente ma poderose
bracciate, riuscimmo a tirar su quello che sarebbe stato il campione di
tutte le nostre battute, un magnifico squalo tigre di circa 5 metri di
lunghezza. Era privo di vita, poiché doveva essere rimasto soffocato nel
groviglio di nylon a cui si era attorcigliato; la lotta per liberarsi
doveva essere stata furibonda, l’intreccio dei fili ricopriva
completamente il suo ventre biancastro ed il dorso dai riflessi
grigio-azzurri. Non potendolo issare in barca, facemmo un bel cappio,
glielo avvolgemmo attorno alla poderosa coda e ce lo rimorchiammo in
porto, dove le scene di stupore e curiosità da parte della solita gente,
rischiarono di farci cadere nuovamente in mare. Le battute che seguirono
negli altri giorni di permanenza, non fecero che confermare il risultato
delle precedenti tanto da farci giudicare Porto Sudan come posto ideale
per le nostre future pescate. Ci torneremo ma intanto quale ricordo fa
bella mostra in casa, la stupenda mascella dello squalo tigre, e la
soddisfazione di aver regolato, in parte, un vecchio conto che era
rimasto in sospeso con tali predoni del mare. (1)
ENZO SARRA
(1) L’Autore
dell’articolo è il fratello del noto fotografo subacqueo Maurizio Sarra,
scomparso nel 1962 per le lacerazioni riportate in seguito all’attacco
di uno squalo (forse uno Smeriglio) al largo del Circeo.
INSOLITA ESPERIENZA Dl SUBACQUEI
IN MAR ROSSO
PARTO CESAREO PER LO SQUALO
Testo e foto di LUCIO COCCIA
La permanenza della nostra spedizione in Mar Rosso stava per terminare;
rimanevano ancora due giornate di mare e poi avremmo dovuto preparare i
nostri sacchi e partire per Roma. Ognuno di noi, sebbene dispiaciuto di
lasciare Porto Sudan in fondo poteva considerarsi soddisfatto delle
stupende battute di pesca che avevano allietato le precedenti giornate;
grossi squali, cernie, caranx, mante gigantesche erano state l’oggetto
dei nostri arpioni e dei nostri obiettivi fotografici. Oramai eravamo
tutti un po’ stanchi; otto ore d’apnea il giorno, per gente che
normalmente usa l’auto respiratore per le proprie pescate mediterranee,
avevano fatto sì che il nostro fisico desiderava sempre più la sua buona
parte di riposo. Dopo essere stato tutta la mattinata lungo il “reef” in
cerca d’immagini, mi ero steso lungo la panca del grosso barcone, che
faceva da appoggio al gruppo del “Barracuda Sport”. Stavo pensando già
al numero dei rullini fotografici scattati ed alle eventuali sorprese
che avrei ricevuto quando sarei andato a ritirarli al laboratorio di
sviluppo. Ma un urlo improvviso a pochi metri dalla barca, mi fece
rotolare dalla comoda posizione di riposo... “Shark... Shark....”. Uno
squalo di non grosse dimensioni stava volteggiando sotto la nostra
imbarcazione; subito Fabrizio e Roberto si gettarono in acqua con i loro
fucili Jaguar a supercarica; io corsi a caricare per l’ennesima volta la
mia “Rolleimarin”, girai vorticosamente la manovella per avvolgere Il
rullo, rapidamente chiusi la staffa e con un tuffo mi precipitai in
acqua a raggiungere i due cacciatori. Li trovai che erano protesi
all’inseguimento dello squalo, quest’ultimo riusciva a tenersi a
distanza di tiro senza forzare troppo l’andatura, ad un certo punto però
i due sub riuscirono con uno scatto maggiore a portarsi in
vantaggio, e
quasi contemporaneamente fecero partire le loro lance di acciaio. Le due
aste si conficcarono con precisione nel corpo dell’animale il quale
cominciò a contorcersi e roteò alcune volte su se stesso; poi ancora dei
brevi sussulti e tutto finì. Mentre procedevamo al recupero notammo
quasi un impercettibile pulsare del ventre del pescecane. La prima idea
fu quella che l’animale non fosse ancora completamente morto; poi
guardandolo meglio ci rendemmo conto che doveva trattarsi di un
esemplare femmina incinta. Tra i sub componenti la spedizione era
presente anche un esperto biologo, Sauro De Manchiis, il quale ci
convinse rapidamente che non ci sarebbe stato nulla di più bello che
tentare di salvare il piccolo, eseguendo così forse il primo parto
cesareo subacqueo della storia. Prese tra le sue mani un coltello
subacqueo ed adoperandolo come un affilatissimo bisturi, operò l’animale
ormai morto. I suoi movimenti erano precisi e sicuri e tra i vari organi
trovò la placenta; la palpò con le mani ed ammiccando con gli occhi
attraverso la maschera, ci fece intravedere attraverso la sacca la forma
affusolata di un pesce. Era il piccolo nascituro che sarebbe stato
aiutato dall’uomo a conquistare il suo elemento. Il coltello incise
anche il sacco della placenta e le dita del nostro dottore estrassero il
corpo minuto, ma perfetto, di uno squaletto, che suscitò tra noi la più
viva commozione e costernazione; non potemmo fare a meno di trovare
adorabile quell'animaletto che da grande avrebbe procurato parecchio
timore nei suoi simili e nell’uomo. Egli si guardò attorno con stupore:
era spaesato, l’improvviso passaggio dall’oscurità del ventre materno
alla pur tenue luce del pomeriggio, lo doveva avere stordito. Un altro
preciso colpo di bisturi recise il sottilissimo cordone ombelicale, che
teneva il piccolo ancora legato al corpo materno; un pezzetto di filo di
nylon servì per chiudere il piccolo budello ed il nostro campione
cominciò a dare i suoi primi colpi di pinna. Immediatamente fu conteso
da tutti noi come il più prezioso dei giocattoli, cominciò a nuotare
spostandosi da un sub all’altro come se volesse conoscerli tutti
personalmente, e ringraziarli per aver assistito alla sua nascita; e
cercava protezione ora dall’uno ed ora dall’altro. Ognuno di noi lo
volle
tenere per qualche minuto tra le proprie mani, lo accarezzammo;
era perfetto, la sua piccola bocca a mezzaluna era già provvista di
minutissimi dentini, le sue fessure branchiali ben aperte, le pinne e la
coda dalle linee idrodinamiche gli fornivano già un gagliardo
sostentamento, era insomma un piccolo, ma armonico squaletto. Per più di
un’ora restammo accanto a lui ad osservarlo curiosamente, proteggendolo
almeno inizialmente da possibili attacchi di predatori; poi dal mare
aperto lo portammo fin sopra la barriera corallina, dove pensammo
avrebbe trovato più facile rifugio data la sua giovane età. Nonostante
tutti i nostri sforzi per riportarlo in un luogo più sicuro, il piccolo
pescecane non voleva lasciarci, poi quasi con rassegnazione ad un certo
momento cominciò ad addentrarsi tra i coralli e le madrepore, di tanto
in tanto si voltava a guardarci come per essere sicuro che eravamo
ancora lì a proteggerlo, fino a quando dimenando la sua piccola coda a
zig zag lo vedemmo scomparire dalla nostra vista.